Ho pensato molto alla faccenda del nome. Non è raro che dedichi estesi stralci di tempo alle riflessioni, le giornate sono tremendamente lunghe e un gatto come me deve pur trovare il modo di riempirle. La meditazione è un esercizio davvero affascinante e coinvolgente, steso al sole con lo sguardo fermo risulta anche particolarmente ristoratore.
Tornando alla questione del nome, prima d’ora bastava uno schiocco di lingua o uno sguardo ammiccante per attirare la mia attenzione, sono eccezionalmente abile nella lettura del linguaggio del corpo, ma a pensarci attentamente anche in passato sono stati in tanti a provare a darmi un nome. “Gatto”, “Micio”, “Scricciolo”, “Palla di pelo”, “Sacco di pulci”… Non sono proprio certo che gli ultimi due possano realmente essere definiti nomi, hanno poca efficacia e sono dal gusto sicuramente opinabile. Anche perché io non sono né rotondo come una palla, né tanto meno un sacco. Ma, come ho già detto, non mi sono mai impensierito a tal proposito prima d’ora e probabilmente è stato proprio questo il mio errore.
Forse se avessi un nome gli umani comincerebbero a notarmi? Insomma, non è piacevole essere calpestato o ignorato le volte che mi avvicino salutando amichevolmente. Non sono mai stato molto tollerante verso la maleducazione, è incivile, ma comincio a pensare di essere sempre stato io dalla parte del torto, a questo punto.
La civiltà è un concetto quanto mai complesso e sicuramente si basa su capisaldi inviolabili, regole di base che necessitano l’attenzione di tutti, persino la mia, se desidero farne parte. Civiltà… la parola stessa avrebbe dovuto farmi riflettere molto già da prima: non è una nozione che indica la singolarità ma un insieme, una comunità. Tanti individui gli uni vicino agli altri in un intricato disegno della sopravvivenza. Beh, noi gatti non siamo mai stati molto bravi nel creare comunità, su questo posso essere giustificato: la nostra natura ci spinge ad essere più individualisti, è insito dentro noi. Sospetto sia l’egoismo il nucleo della nostra indole, non tolleriamo bene la condivisione dei beni, ma ammiro chi riesce a farlo. Se gli umani non fossero civili, non condividerebbero mai con me parte del loro cibo. Decisamente ammirabili, meritano elogio per questa loro eccezionale capacità. Dovrei adeguarmi, ormai comincio ad esserne sempre più certo, per questo mi sono ritrovato a riflettere molto sulla questione del nome. Se all’interno di una comunità ognuno non avesse un nome proprio come riuscirebbe a distinguersi dagli altri? Sarebbe un pandemonio! Tu sei me, io sono te, e tutti gli altri? Saremmo tutti la stessa persona in più posti diversi, non è scientificamente possibile né accettabile… non ancora per lo meno. In realtà sono molto fiducioso sul ruolo della scienza e del progresso, scommetto un giorno riusciremo a scoprire perché tutto ciò che viene spinto giù da una superficie rialzata finisce sempre col precipitare sulla superficie inferiore. Ammetto con un certo orgoglio che io stesso sto studiando da molto tempo questo affascinante aspetto della fisica e credo di non essere nemmeno troppo lontano da una risposta.
Ma continuo a divagare.
Il nome. Credo ormai di essermi convinto della sua importanza: è alla base delle leggi della scienza! Che sciocco non averci pensato prima. L’individualità non è mero egoismo, come ho sempre sospettato: è necessario all’ordine del mondo, al dominio sul caos. È il punto di connessione tra scienza e civiltà, sorregge l’intero equilibrio umano e di tutte le creature viventi.
È un concetto così basico, così logico ed essenziale, che trovo inammissibile il fatto che per comprenderlo ci sia stato bisogno dell’intervento di un cane. Creature caotiche ed incivili, eppure persino uno come Pepe è riuscito a cogliere l’essenza pregiata di un tale fondamento della vita mentre io no.
La vergogna è tale che mi gorgoglia la pancia… forse potrei placare il suo assillante rimorso con qualcosa da mangiare. Ma prima il nome. Devo comprendere l’intrinseco significato del nome!
Pepe, dicevo, è un cane stupido e per niente elegante, un vero barbaro costantemente spettinato e sudicio di fango, ma mio malgrado devo confessare che non disprezzo totalmente la sua compagnia. Almeno finché si trova dietro le sbarre del cancello di casa sua.
Ecco, esattamente poche ore fa mi trovavo sul muretto della sua abitazione a sonnecchiare, mentre lui affacciato oltre le sbarre del suo cancello si assicurava che nessuno potesse disturbare il mio sacrosanto riposo. Creature così stupide è facile addestrarle, non ci è voluto molto ad insegnargli il suo mestiere, che confesso svolge egregiamente… almeno fino a quando non passa qualche bicicletta. In quel caso diventa incontrollabile ed è sempre uno strazio per le mie povere orecchie delicate.
Comunque, mi trovavo sopra al muretto di casa sua, quando ascoltiamo entrambi la conversazione di due umani che erano usciti proprio in quel momento dall’enorme struttura che si trova di fianco la casa di Pepe. Avevano fogli in mano, parlavano tanto rumorosamente che mio malgrado mi sono comunque svegliato e ho lanciato uno sguardo ai documenti che stringevano. Non mi ci è voluto molto per riconoscere il timbro del Comune, è questo il nome che ho scoperto danno a quella misteriosa costruzione qui di fianco. Misteriosa perché nonostante vivi da queste parti da tanto tempo non ho mai messo piede lì dentro, però sono un acuto osservatore e malgrado i limiti fisici che non mi permettono l’ispezione personale potrei ugualmente descrivere la sua piantina e nominare i suoi locali a memoria.
Mentre cercavo curioso di capire quali affari avessero spinto i due dentro il Comune, Pepe, come di consueto, vedendoli passare davanti al cancello ha cominciato invece a scodinzolare ed elemosinare una carezza senza nemmeno troppa decenza. Mi imbarazza molto avere un amico come lui, lo confesso… ma ripeto che non è poi così terribile, in fondo. Basta sapersi adeguare alle sue basilari necessità.
La donna a fianco dell’uomo con i documenti in mano si è chinata, attirata dal suo sfarfallante scodinzolio e ansimante lamento, e gli ha fatto il tanto ambito grattino dietro l’orecchio.
«Ehy», ha detto. «E tu chi sei?»
Dico, sembrano domande da farsi a qualcuno che si è appena incontrato? Ho storto il naso di fronte a quello che, stupidamente, ho creduto fosse un atto di inciviltà e maleducazione. Ma confesso il mio madornale errore, a fronte di tale lunga riflessione. Il nome è decisamente essenziale per la vita di un essere vivente, serve a delineare la sua identità, a renderlo reale nel mondo fisico che lo circonda.
Dunque è questo il motivo che ha spinto i due umani a grattare l’orecchio di Pepe invece che il mio! Io sono privo di nome! Non potevano vedermi, non posso far loro una colpa, ma posso rimediare ai miei sciocchi errori.
«Ehy» Pepe, sotto al mio muretto, ora si siede e mi guarda curioso. «Allora?»
«Credo di aver finalmente capito, Pepe» gli dico, stiracchiando pigramente la schiena.
«Sei stato lì davvero un sacco, lo sai?»
«Era necessario, amico mio. Complimenti per l’ottima guardia, a proposito. Sono riuscito ad arrivare alla fine delle mie riflessioni senza troppe interruzioni».
«Quali riflessioni?» inclina la testa e spalanca gli occhi, confuso.
«Il nome, mio bifolco amico» sospiro. «L’importanza del nome. L’individualità basilare che sorregge l’essenza della nostra realtà fisica e corporea, che non ci fa affogare nel torbido mare del caos. Il nucleo fulgido e dinamogeno di questa civiltà».
«Eh?» la sua stupidità talvolta mi sorprende davvero.
«Pepe… tu sei Pepe, non è così?» chiedo con un sospiro.
«Esatto!» si alza sulle quattro zampe, colto da un improvviso moto di eccitazione. Prima avrei pensato ingiustificato, ora comprendo invece la sua rilevanza. «Io sono Pepe!» esclama.
«E io…» mormoro con un malinconico dolore nella voce. «Io chi sono?»
Questa volta il mio stolto amico non risponde, confuso forse, ma si limita a guardarmi interrogativo. Detesto dargli ragione, si trova di fronte a un essere senza individualità, in questo mondo determinato io sono il caos, l’indeterminato, la disarmonia, l’irrazionale.
«Esatto, amico mio» confesso. «Io sono il niente, il nessuno».
Ma ora anche io avrò il mio posto in questo mondo e nessun’altro passerà oltre senza darmi le dovute attenzioni. Socchiudo gli occhi e godo del mio egregio lavoro, pregustandomi le sue liete conseguenze.
«Io sono Nobody».
Perché ho bisogno di un nome