Guardala

Guardala.
Ha gli occhi opachi, di nebbia. È vano il mio tentativo di non venirne inghiottita. Come un tragitto in auto, di quelli tranquilli con la musica alla radio, canti un motivetto a labbra chiuse, seguendo il suono certamente più melodioso del cantante. Tanto non c’è nessuno ad ascoltarti, e ondeggiando la testa canti mentre torni a casa da una stancante giornata di lavoro. Pensi solo al divano, all’odore del cibo in tavola, a quale programmata tv concedere di darti sollazzo mentre lentamente cadi in avanti con la testa e ti addormenti prima del dovuto. Stai guidando, senza neanche vedere esattamente dove stai andando, tanto la strada la sai a memoria, è sempre quella.
Ma d’improvviso non riesci a vedere oltre il muso della tua Fiat. Il bianco e il grigio, mischiati in un’opacizzante e terrificante aria rappresa. La senti che ti entra nelle ossa, benché tu abbia i finestrini chiusi, e ti fa rabbrividire. Rallenti istintivamente, ti sporgi in avanti nel tentativo di vedere almeno dove finisca la strada e inizi il marciapiede. È la stessa strada, percorsa e ripercorsa in continuazione. Avanti e indietro, ogni giorno, lungo una via ormai consumata, ma ora non c’è più e l’angoscia di cosa potrebbe sbucare da un momento a un altro ti strozza. Un’altra auto, un bambino, un cane, un palo che non ricordavi essere proprio in quel punto, in una strada troppo stretta di cui non riesci neanche a coglierne i confini. Cieca, prosegui, ma tanto lentamente che per poco non ti fermi del tutto. È così familiare, eppure così soffocante. Come quegli occhi pieni di nebbia.
Sono così familiari…
Eppure…

Guardala.
Hai mai visto gote così scavate? Su una pelle ormai pallida, increspata come la superficie di un tronco d’albero. Un buco inaspettato, su cui trovi appiglio per poggiare il piede e arrampicarti su, imperfezione dopo imperfezione, fino alla pioggia di radi e secchi capelli. Spenti come un abito da sera, il più bello, ma ormai vecchio e lavato troppe volte con un lavaggio non adatto alle sue esigenze. Eppure lo ricordi bene quell’abito, l’ha indossato nelle sue migliori occasioni, abbellito con qualche spilla. Un coprispalle rosso, per aggiungere un pizzico di fascino femminile all’eleganza del vestito perfettamente curato. Non faceva che passarci le mani sopra, a sistemarne le pieghe, a toglierne i granelli inesistenti di polvere. Quante ore passate a pettinarli quei capelli neri così belli come un abito da sera. Un fermaglio, un nastro rosso e poteva farli danzare ad ogni movimento, anche senza che ci fosse musica. Ora sono sbiaditi, sottili, consumati. Il nero lavato via lascia spazio a un grigio nauseante. Non ci fa più nemmeno scorrere le dita per riportarli al loro posto. Li lascia lì, a morire sulla pelle di legno, le imperfezioni causate da chi ha tentato troppe volte di facilitare la scalata con l’uso della forza.
Non è mai stata una donna facile, raggiungere la vetta con lei era segno di costanza, impegno e tanto desiderio. Ma questo non ha impedito a chi era armato di coltelli e rampini di farle del male pur di arrivare al suo scopo, scalando e scavando nella sua pelle, avvizzendola.

Guardala.
Mi fissa, come se stesse sperando di avere da me le risposte. È terrificante, ma non di un terrore comune. Di quelli più dolorosi, di quelli che si insinuano nella mente, ti fanno fare strani pensieri e lentamente ti inghiottiscono nella nebbia di quegli occhi opachi, tra i solchi di quella pelle imperfetta, ti avvolge tra quei capelli sottili come i fili di una sarta occasionale, lasciati lì a impolverarsi.

Guardala.
È lo sguardo di chi ha cercato risposte troppo a lungo, le ha sfogliate come figurine, una dopo l’altra, ma non è riuscita a trovare quell’unica che le serviva. E non sa più che fare, troppo stanca perfino per respirare. Vien quasi voglia di stringerla, consolarla… ma è lì, oltre lo specchio, e io non posso raggiungerla.
Solo guardarla.

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