Blocco creativo: la regola dei 10 minuti

“Dovrei mettermi a scrivere” e poi improvvisamente ti ricordi dell’armadio che va sistemato, della spesa da fare, di quell’ultima puntata della serie tv che ti piace tanto che devi recuperare. 

Alla fine passa un’altra giornata e tu, ancora una volta, non hai scritto nemmeno una parola. Dimmi la verità, quante volte ti è successo?

A me capita spesso di trovarmi in questa situazione, per colpa anche dei tanti progetti che ho in corso e a cui devo dare uguale priorità. Nessuna scadenza, cerco di organizzarmi autonomamente, ma ci sono volte in cui passano giorni e non riesco a buttar giù neanche una virgola. Non disperare, amico o amica, perché ho scoperto da poco una tecnica creativa che mi ha salvato la vita e che oggi voglio condividere con te: la regola dei 10 minuti

Partiamo da una piccola premessa, però: perché veniamo colti da questa insuperabile (apparentemente) procrastinazione? Abbiamo deciso noi di iniziare tale progetto, ho espresso io stessa il desiderio di scrivere questo romanzo, ma allora perché cerco sempre di fuggire da lui? È come innamorarsi di qualcuno e, proprio per questo, decidere di chiudere tutti i ponti. Trovo sempre una scusa per evitare di incontrarlo, anche se vorrei così tanto vederlo. 

I motivi alla base sono tanti: insicurezza, paura, mancanza di concentrazione, sindrome dell’impostore… non posso (e non ho le competenze) per spiegarli tutti, ma posso parlarti di uno di questi motivi, quello che interessa questo articolo e che può essere risolto con la regola dei 10 minuti. 

Spesso, infatti, l’unica cosa che ci porta a questo estenuante blocco creativo è un limite assolutamente umano: quello di non riuscire a risolvere compiti estremamente grandi tutti in una volta, l’impossibilità a contenere “infinite” informazioni, unito a un piccolo difetto di accelerazione degli eventi. 

Partiamo dal primo problema: compiti eccessivamente grandi. Il nostro cervello funziona alla grande ed è capace di fare cose incredibili: questa fantastica capacità arriva soprattutto dalla sua abitudine alla scomposizione. Ogni parte del cervello ha un compito, ogni stimolo, segnale o necessità viene scomposto in micro-compiti assegnati alle parti ideali e poi il risultato di ciascun compito messo insieme alla fine. 

Pensa, ad esempio, a un problema matematico delle scuole. Soprattutto a quelli più complessi, che ti assegnavano ad esempio al liceo: era impossibile dare subito una soluzione, ma era necessario scomporlo e usare diverse formule per risolverlo pezzetto per pezzetto. Pagine e pagine di calcoli che servivano solo a semplificare il problema fino ad arrivare alla soluzione. È esattamente così che funzioniamo in tutto. 

Abbiamo bisogno di scomporre e incasellare, suddividere e organizzare. Quando pensiamo al nostro romanzo o al nostro progetto creativo a volte ci dimentichiamo che non dobbiamo scriverlo tutto in una volta, tendiamo ad avere una visione di insieme, ci perdiamo subito tra diversi eventi. E qui mi collego al secondo elemento del mio precedente elenco: l’impossibilità a contenere l’infinito. 

Il nostro progetto ovviamente non è infinito, ma in quel momento così ci sembra perché cominciamo a sovraccaricarci di informazioni. Aggiungiamo elementi, cerchiamo di pensare a tutto insieme, tutto in una volta e percepiamo la sua grandezza. Noi che abbiamo menti creative, inoltre, spesso ci succede che “un pensiero tira l’altro” e così ci sembra di non vedere una fine perché una frase, un dialogo, un’immagine sblocca subito la successiva. 

Percepiamo la grandezza del progetto che abbiamo davanti e ci sembra “infinito”, il nostro cervello non è in grado di concepirlo e quindi si blocca, sentendolo impossibile. O quanto meno ci spaventa. Non a caso, i più grandi blocchi artistici arrivano proprio all’inizio del romanzo, la famosa “prima pagina” che puntualmente è quella che rimane bianca più a lungo. 

Infine, ultimo elemento che si aggiunge alle complicazioni appena descritte, c’è la capacità del nostro cervello di andare molto più veloce di noi. Ti chiedo di fare un esperimento: siediti, adesso, prenditi qualche minuto. Pensa al tuo romanzo o al tuo progetto creativo nel suo insieme. Fatto? Adesso, raccontamelo. 

Ti accorgerai subito che in un istante hai pensato all’intera storia, dall’inizio alla fine con tanto di scene filler degne di una stagione di Dragon Ball, ma al momento di raccontarlo, per quanto tu possa sforzarti di star dietro ai pensieri, ci metterai sicuramente molto più tempo

Questo succede perché il nostro cervello è una macchina spaventosa, un computer futuristico in grado di fare grandi cose in pochissimi decimi di secondi. Come spiegato in questo breve articolo della Federazione Nazionale degli ordini dei Biologi il cervello è uno Speedy Gonzales, capace di elaborare dati sull’ambiente pari a un trilione (un miliardo di miliardi) di bit al secondo. Il pensiero cosciente, invece, quello che riusciamo a elaborare a parole e che è responsabile dei nostri ragionamenti, ha una banale capacità di 10 bit al secondo. Una differenza spaventosa. 

Come si applica questo principio al nostro problema? Te la faccio breve: quando decidi di metterti a scrivere il tuo romanzo o a lavorare al tuo progetto hai sicuramente già pensato ed elaborato quello che devi fare, almeno a grandi linee. Le informazioni non devono essere create, ma semplicemente ripescate e tradotte in linguaggio

In altre parole, quando tu inizi a digitare le prime parole, il tuo cervello nella sua elaborazione dei dati, nella creazione del progetto, probabilmente ha già scritto “fine”. Facendoti sentire in ritardo e aggiungendo ansia all’ansia. 

Cosa ti blocca, quindi, spesso dall’iniziare il tuo romanzo o il tuo progetto creativo? L’ansia. L’ansia di avere di fronte un’enorme montagna di vestiti da separare e riordinare dentro un armadio, montagna di vestiti di cui neanche vedi la fine e che, anzi, viene resa sempre più grande da qualcuno di estremamente veloce che butta sopra ulteriori abiti a una velocità a cui è impossibile stare dietro. Sentirsi sopraffatti è inevitabile

Come risolvere? Ecco la risposta che avevo anticipato all’inizio: la regola dei 10 minuti. “Mi siedo al computer e lavoro solo 10 minuti”. È questo che devi dirti, in quei momenti in cui ti senti sopraffatto. Non devi risolvere tutto subito, non devi mettere in ordine tutto adesso, non devi concludere il tuo romanzo ora anche se il tuo cervello lo ha già fatto. Aspetterà.

Per calmare la tua ansia, devi dirti “lavoro solo 10 minuti, non è necessario fare di più”. Questo non significa che devi fermarti per forza dopo 10 minuti di lavoro, ma solo che passato questo piccolissimo lasso di tempo sei libero di chiudere e spegnere tutto perché hai fatto il tuo dovere. Serve solo a calmare la tua ansia, dirle che deve fare davvero molto poco, che non ha un mondo sulle spalle. Non deve fare tutta la strada, oggi basta solo un passo.

Quindi siediti, accendi il tuo computer, apri il tuo progetto e obbligati a fare qualcosa solo per questa manciata di minuti (che passeranno molto presto, vedrai). Una volta passati, puoi smettere se vuoi. Credi davvero che lo farai? Fidati, una volta trovato il coraggio di aprire quel rubinetto l’acqua scorrerà senza fermarsi e senza alcuna fatica; sarai tu stesso a non voler più smettere. E senza rendertene conto, arriverai a sera. 

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