Ehy, Mamma! Sai che giorno è oggi? Io lo ricordo bene.
Era il venti Dicembre di due anni fa. Il vento quel giorno soffiava forte, mi faceva una gran paura, e la sottile trapunta bucata che possedevo teneva coperta a malapena la mia testa. Eri già venuta al dormitorio qualche volta, ti avevo vista e notata, in verità. Avevo pensato che eri bellissima con i tuoi ricci scuri e probabilmente anche io ti sono piaciuta perché sei tornata più e più volte. Era sempre bello perché sapevo che ti saresti fermata davanti alla mia stanza e mi avresti parlato. Mi chiedevi chi ero, perché fossi così timida e non venissi a salutarti, invece di star chiusa in un angolo. La signora che si occupava di me e degli altri orfani ti disse che ero una piccola disgraziata, ti raccontò della mia vera mamma, che era morta poco dopo avermi dato alla luce, lasciandomi sola al mondo. Tu mi guardavi con i tuoi occhi grandi e luminosi, gli occhi di chi si stava innamorando, e senza rendermene pienamente conto anche io mi stavo innamorando.
Era il venti Dicembre di due anni fa, la radio suonava “All I want for Christmas is you” e tu, alla guida, cantavi con lei, guardandomi ogni tanto, dedicandomi quelle bellissime parole. Forse speravi che io provassi a cantare con te, ma ero così intimorita. Era la prima volta che uscivo da quel postaccio freddo e puzzolente, non avevo idea di cosa aspettarmi, anche se sentivo che con te accanto non avrei avuto paura di niente.
Ricordo perfettamente il tuo profumo, quel giorno. Era la boccetta rosa posata sul lavandino, quella che usavi solo per le occasioni speciali. Da quel giorno è diventato anche il mio profumo per le occasioni speciali.
Era il venti Dicembre di due anni fa e tu, aprendomi la portiera, ferma nel vialetto di una piccola ma graziosa villetta, dicesti: “Benvenuta a casa tua, Candy”.
Fu il giorno più bello della mia vita. Mi presentasti la mia nuova sorellina, Susan, che al tempo aveva dodici anni. Mi corse incontro urlando e io mi nascosi spaventata dietro le tue gambe. Tu ti abbassasti e mi facesti una carezza.
La prima carezza della mia vita.
Al tempo neanche sapevo cos’era una carezza.
Improvvisamente fui felice e non ebbi più paura di Susan.
Mi portasti dentro casa e ricordo lo stupore che provai mentre osservavo la moquette rossa sotto i miei piedi, la cosa più morbida che io abbia mai toccato. Tutto intorno a me era bello e colorato e non ricordava per niente la mia vecchia casa. Poi vidi il caminetto acceso, nella sala, con steso davanti un bellissimo tappeto. Non riuscii a resistere e mi avvicinai.
Allora non esiste solo il freddo, avevo pensato.
Le emozioni erano troppe, il tappeto era morbido e il tepore irresistibile. Mi sono addormentata immediatamente, cullata dalle risate divertite di mia sorella e dalle tue tenere carezze. Il cuore mi esplodeva in petto, avrei pianto se solo non fossi stata così spaventata dall’idea di sembrarvi stupida.
Finalmente avevo una famiglia anche io.
Io che ero bruttina e “niente di speciale”. Silenziosa, poco giocosa. Io che non correvo incontro alle famiglie che venivano per sceglierci, perché tanto nessuno avrebbe scelto me. Io che ero nata sola e sola ero sempre stata.
Era il venti Dicembre di due anni fa e tu mi chiedesti di chiamarti Mamma.
Mamma, ti ricordi la prima volta che mi portasti al parco? Non volevo staccarmi dalle tue gambe, avevo troppa paura. Poi mi si è avvicinato quel Johnny, quello che aveva solo un anno più di me, mi ha squadrata con la sua aria strafottente ed io, colta da un guizzo di coraggio, gli ho urlato contro: “lascia in pace la mia mamma!”. Avevo paura che avesse potuto farti del male. E lui che fece? Rise! Tu ti fermasti a parlare divertita con la mamma di Johnny e io cominciai a inseguirlo: lo detestavo! Mi prendeva in giro, ma lo faceva solo per giocare. Gli piacevo, l’hai detto tu.
Si comportava così perché in realtà mi trovava carina ed interessante e io, da allora, ho cominciato a cercarlo tutte le volte che mi portavi al parco. Se prendermi in giro era il suo modo per dirmi che gli piacevo allora volevo che continuasse.
Mi piace piacere alle persone! Me l’hai fatto capire tu. Prima non piacevo a nessuno e per non rattristarmene avevo cominciato a pensare che non fosse importante. Ma poi sono piaciuta a te e da lì ho capito che piacere a qualcuno è la cosa più bella del mondo.
Sono passati solo due anni da allora e io sono completamente nuova! So fare tante cose adesso: so stare seduta composta, so rispondere ai saluti, non mi nascondo più e so giocare. Grazie a te so giocare! Me l’hai insegnato tu.
Quante cose belle ci sono in questo mondo, quante cose belle si possono fare quando si ha una Mamma che ti insegna come farle e che ti porta in giro, che ti rimbocca le coperte, che scalda le tue notti impaurite, che ti prepara il tuo piatto preferito tutte le volte che ne hai voglia.
Ehy, Mamma! Oggi è il venti Dicembre! Lo sai, vero?
Oggi è il venti Dicembre, ma la radio non suona “All I want for Christmas is you” e anche se lo facesse tu non canteresti, vero? Sei alla guida dell’auto, io seduta accanto a te, ti guardo, cerco di sorriderti, ma tu sei così seria.
Sei arrabbiata con me?
Mi dispiace di aver strappato il tuo vestito preferito, qualche giorno fa, volevo solo giocare un po’ con te.
Mi dispiace di aver rovesciato la tua boccetta di profumo, quella delle occasioni speciali, desideravo solo sentirlo di nuovo e mi è caduta accidentalmente.
Mi dispiace se piango e faccio i capricci quando mi lasci a casa per andare a lavoro, ma ho paura di restare sola. Ho paura di non vederti più tornare. Mi dispiace se i vicini si sono arrabbiati con te per colpa delle mie urla, ma quando ho paura non riesco proprio a trattenermi.
Scusa se correndo e giocando ho rovinato le piante del giardino.
Scusa se non ti lascio in pace la sera, quando vorresti riposare, e invece ti chiedo sempre di andare a fare una passeggiata insieme. Mi piace stare insieme a te, adoro passeggiare vicino alle tue gambe… ultimamente lo facciamo così poco. Hai smesso di insegnarmi le cose e di prepararmi il mio pasto preferito. Mi manchi, è per questo che continuo a svegliarti quando sei sul divano: vorrei solo stare un po’ con te, come facevamo prima.
Scusa se ho rovinato la moquette rossa quel giorno che mi sono sentita male per aver mangiato del prosciutto scaduto. Avevo fame, non sapevo che era andato a male. Mi dispiace di aver vomitato dopo, prometto che non mangerò più niente che tu non vuoi!
Scusa se ultimamente ti ho dato solo problemi.
Sarò buona, lo giuro… ma ti prego, canta con me.
Provo a cominciare io, per invogliarti a seguirmi. Non ho mai cantato prima, avevo paura di fare brutta figura. Ma ora lo sto facendo! Per te!
Dai, canta con me!
Ma tu mi zittisci e spegni la radio.
Il silenzio cala in auto.
Mamma… ti prego, non avercela con me.
Mi dispiace di essere cattiva.
Non lo farò più.
Lo giuro.
Mamma, oggi è il venti Dicembre.
Abbiamo percorso con l’auto una strada che non conosco. Hai accostato, sei venuta ad aprire il mio sportello e io ho guardato fuori: c’è una campagna.
Allora mi hai portato a fare una passeggiata, penso.
Scendo felice, già cominciando a correre tra l’erba alta. Sono felice e corro, ma poi uno strano rumore mi fa sbalzare fuori il cuore dal petto. Mi volto terrorizzata, appena in tempo per vedere la tua auto andarsene con te sopra. Corro di nuovo verso la strada, urlando, chiamandoti e sbracciandomi per farmi vedere.
Ma tu sei già lontana.
E in breve tempo sono di nuovo sola.
Mamma, oggi è il venti Dicembre.
C’è una persona accanto a me, ma non riesco a vederla. Ha urlato scendendo dalla sua auto, poi si è avvicinata a me. Mi ha detto qualcosa che non sono riuscita a capire.
Tutto è confuso, annebbiato.
Non ricordo cos’è successo, ma sento tanto dolore.
Uno strano sapore in bocca. Non mi piace.
“Oddio, l’hai investito!” sento dire da qualcuno alle mie spalle, ma non lo vedo, non vedo niente di quello che mi circonda. Riesco però a vedere di nuovo il tuo sorriso, il giorno di due anni fa, quando dall’altra parte della rete della mia gabbietta sei venuta a trovarmi al canile. Quando mi hai scelta, nonostante il mio pelo malconcio e i miei occhi tristi. Nonostante non ti fossi venuta incontro, scodinzolante, come facevano gli altri cani per attirare la tua attenzione.
Riesco a vedere il tuo sorriso quando dicesti alla signora “prendo lei” e questa cercò di dissuaderti, dicendo che c’erano tanti cuccioli molto più belli, più in salute. Ma tu avevi scelto me: una cagnolina dagli occhi tristi, il pelo sporco, la coda ferma e la paura degli altri.
Mi hai dato nome Candy perché dicevi che secondo te, nonostante la mia apparente durezza, dovevo essere molto dolce. Mi dispiace aver strappato il tuo vestito, rotto il tuo profumo, scavato buche nel giardino e abbaiato tutto il giorno quando non c’eri.
Volevo solo tornare al parco insieme a te, da quel Jack Russell di nome Johnny.
Mamma, ho freddo.
Avevo dimenticato cosa volesse dire.
Tutto sta diventando nero, non riesco più a restar sveglia, ma continuo a fissare quel punto all’orizzonte, quello dove ho visto sparire la tua auto.
Non preoccuparti, io ti aspetto qui. Non spaventarti quando ti accorgerai che per sbaglio mi hai dimenticata. Aspetterò pazientemente che torni a prendermi.
Perché lo farai… vero?
Mi chiedesti di chiamarti Mamma