Questa è una storia che non può essere raccontata perché non esiste.
Mi chiamo… no, non ha importanza chi io sia. Il mio nome non renderà unico ciò che sto per dire, perché io sono una e sono quattro milioni. Sono la tua vicina di casa, la tua compagna di banco, la ragazza che sull’autobus cede sempre il posto agli anziani, sono quella assorta che finge di guardare fuori dal finestrino o la bambina al supermercato seduta nel passeggino; io sono tua sorella, zia, nipote, madre.
Io sono loro.
Io sono te.
Darmi un nome non ti aiuterà a identificarmi in mezzo a tutti quei visi, perché io sono invisibile e sono sotto al tuo naso, proprio come l’aria: non puoi vedermi, perciò non esisto.
Ero piccola, forse avevo tre anni, forse sessanta. Ero molto piccola e accanto a me avevo un uomo molto grande, così grande che nella sua ombra l’orologio sembrava marciare all’indietro e io mi abbassavo ogni attimo di più. Le sue mani erano tali che poteva tenermi tra le dita. Fino a che un giorno, confusa nei granelli di polvere, sono sparita.
“Ti picchiava?”
No, ma la sua rabbia non ascoltava la mia voce.
“Ti ha afferrata?”
No, ma neanche lui sembrava essere in grado di ascoltare la mia voce.
“Quindi non ha usato la forza?”
Forse sono io che non ho più neanche una voce.
“Allora, se non ti ha presa con la forza, non può essere violenza”.
Non mi ha afferrata per il collo, eppure soffocavo. Non mi ha afferrata per un braccio, eppure mi era impossibile allontanarmi senza che provassi dolore. Non mi ha afferrata per i fianchi, eppure mi son sentita bloccata. Ma senza forza fisica non è violenza, così come senza starnuto non è malattia.
Io sono una donna, una donna invisibile, che era molto piccola al fianco di un uomo molto grande. Lui parlava, io ascoltavo, sembravamo fatti apposta l’uno per l’altra. Lui ingrandiva e io rimpicciolivo per lasciargli spazio. Credevo nelle favole, ma ho smesso nell’istante in cui i miei pensieri sono spariti insieme a me, in uno sbuffo di polvere spazzato e nascosto sotto al tappeto.
Io e la mia manciata di sensi di colpa per la paura che ho di sgretolarmi a ogni passo. Mi concedo il silenzio, la notte. Ma chiudendo gli occhi riesco solo a pensare a quanto sarebbe ipocrita per me, un giorno, provare a insegnare a mia figlia cos’è l’Amore.
Io, che l’unico Amore mai provato è stato quello verso me stessa nell’attimo in cui ho deciso di non raccontare questa storia per evitare che altre persone molto grandi mi avessero potuta rendere ancora più piccola.
Stai esagerando.
Sei troppo suscettibile.
Hai frainteso.
Cerca di capirlo.
E io divento aria.
Questa storia non esiste, come l’aria che d’inverno ti sferza il viso, ti screpola la pelle, ti spacca le labbra e fa piangere gli occhi. Lividi, contusioni, graffi, tagli, lesioni: io non ho mai avuto niente di tutto questo.
Ma allora perché sanguino?
Non c’era una volta…