Non c’era una volta…

Questa è una storia che non può essere raccontata a nessuno perché non esiste.
Mi chiamo… no, non ha importanza come mi chiamo, perché non ha importanza chi io sia. Il mio nome non renderà unico ciò che sto per dire, perché io non sono una sola. Io sono tua sorella, sono tua madre, sono la tua vicina di casa, sono la tua compagna di banco, sono la ragazza che sull’autobus cede sempre il posto agli anziani, e sono quella che fingendo di guardare fuori dal finestrino, assorta dalla musica delle sue cuffiette, spera che qualcun’altro lo faccia al posto suo. Sono la donna che è in fila alla cassa, proprio di fronte a te, e sono la cassiera che ti passerà la spesa sul nastro e ti darà il resto sul piattino, lontano da ogni contatto. Sono la bambina nel passeggino che ti passa accanto sul marciapiede e sono la tabaccaia da cui vai sempre a comprare le sigarette e un gratta e vinci, sperando di far colpo su una Dea che ti ha guardato solo ogni tanto, nelle occasioni meno speciali.
Io sono loro.
Io sono te.
Darmi un nome non ti aiuterà a identificarmi in mezzo a tutti quei visi, perché io sono invisibile e sono sotto al tuo naso, proprio come l’aria… non puoi vedermi, perciò non esisto.
Ero piccola, forse avevo tre anni, forse sessanta, la differenza è minima, ciò che conta è che ero piccola. Molto piccola. E accanto a me avevo un uomo molto grande, così grande che mi faceva sentire ancora più piccola. Ogni giorno mi rimpiccioliva sempre di più, gonfiando il petto e guardandomi dall’alto al basso, poteva tenermi tra le dita. Poi un giorno sono diventata così piccola che sono sparita.
Chiusa in una mano, ha stretto il pugno e quando l’ha riaperto io non c’ero più.
E allora eccomi qui, invisibile, proprio come l’aria.
Inesistente.

“Ti picchiava?”
No, ma avevo paura che avesse potuto farlo: in fondo lui era un uomo molto grande e io una donna molto piccola.
“Ti ha afferrato il corpo con la forza?”
No, non ha fatto neanche questo. Ma qualcosa ha afferrato… qualcosa di più delicato, di più profondo, qualcosa che gli avrebbe permesso di uscirne con le mani pulite.
“Quindi non ha usato la forza fisica?”
Ha usato la forza, questo posso dirti. Ha usato la sua grande forza, la forza di un uomo molto grande.
“Allora, se non ti ha presa con la forza, non può essere violenza”.
Non mi ha afferrata per il collo, eppure mi sentivo soffocare. Non mi ha afferrata per un braccio, eppure mi sentivo strattonare. Non mi ha afferrata per i fianchi, eppure mi son sentita bloccare. Ma senza forza fisica non è violenza, così come senza starnuto non è malattia.

Io sono una donna, una donna invisibile, che era molto piccola ed è rimpicciolita nelle mani di un uomo fino a sparire. Non mi ha presa con la forza, non mi ha toccata, ma ha parlato… a lungo… troppo…
Si è preso il mio “sì” con violenza, ma senza nemmeno sfiorarmi. Si è poi preso tutto il resto in un posto squallido, smarrita in un incubo. Niente candele per me, niente belle parole sussurrate all’orecchio, niente carezze, niente ti amo e niente sguardi rassicuranti.
Un luogo qualsiasi, in un tempo qualsiasi, dove avrei dato tutto pur di non essere lì. Chiudendo gli occhi, tra le lacrime, mentre lui mi diceva di far silenzio, pensavo solo a quanto sarebbe stato ipocrita per me, un giorno, provare a insegnare a mia figlia cos’è l’Amore.
Io, che mi sono lasciata rimpicciolire da un uomo molto grande che ha fatto di me quello che voleva senza usare la violenza, e che sempre senza violenza mi ha schiacciata, annientata, annullata.
Io, che l’unico Amore mai provato è stato quello verso me stessa nell’attimo in cui ho deciso di non raccontare questa storia per evitare che altre persone molto grandi mi avessero potuta rendere ancora più piccola con i loro: “È stata colpa tua”.

Questa storia non esiste, come l’aria che d’inverno ti sferza il viso, ti screpola la pelle, ti spacca le labbra e fa piangere gli occhi.
Lividi, contusioni, graffi, tagli, lesioni: io non ho mai avuto niente di tutto questo. Ma allora perché tutte le volte che ripenso a quel giorno sanguino?

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